venerdì 13 marzo 2020

BENEDETTO - ACCEPT- PAINTING 20 Anni dopo





La rassegna
BENEDETTO
ACCEPT- PAINTING
20 Anni dopo
a seguito del Decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri emanato ieri,
col quale si dispongono le misure
per il contenimento del contagio da Coronavirus
                                           viene RIMANDATA a data da destinarsi.

Homo Mediterraneus





Homo Mediterraneus, 2018. Olio, cm 150 x 100.
Che succede? Davanti all’Homo Vitruviano di Leonardo, irrompe l’Homo Mediterraneus. L’Homo Vitruviano rappresenta l’armonia delle proporzioni. Vitruvio scriveva, non può esistere un tempio che non sia regolato da principi di armonia, ordine e proporzione fra le varie parti della costruzione, lo stesso vale per il corpo umano, per l’armonia delle membra di un uomo ben proporzionato. L’Homo Mediterraneus rappresenta il Mediterraneo, un’unità coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’immagine coerente. Una pianura liquida e superficie di trasporto ma che a volte diventa un limite e un muro invalicabile. Il Mediterraneo deve restare luogo di pace e dialogo tra i popoli che si affacciano sul mare. Il mare come fattore unificante di un mondo che può essere meglio compreso attraverso quanto si è sviluppato nei secoli: influenze reciproche e sentimenti comuni. Non una, ma un susseguirsi di civiltà, una dietro l’altra.

mercoledì 10 maggio 2017

A proposito dell'Omaggio ai Maestri della Permanente.DIALOGO D'ARTISTA 8-21 maggio 2017




In fondo, noi “artisti”, cos’è che facciamo, se non  scaricare sul mondo la nostra interiorità?
                                                                                                                               Mario Benedetto



A proposito dell’Omaggio ai Maestri storici della Permanente: una certa vicinanza si potrebbe trovare con l’opera Interno di G.  OSSOLA, recentemente ospitato nei nostri spazi con un’ampia retrospettiva. Essere stati allievi di Brera ambedue non incide, i nostri background sono molto differenti, (il poco spazio non rende!) ci uniscono alcune attenzioni e vicinanze tematiche, ma con finalità ed esiti assai diversi. Mi riferisco al ciclo degli Interni visti come serbatoi della memoria individuale e come luoghi della solitudine della pittura e, nell’ultima fase, come composizioni caratterizzati da atmosfere atemporali e dalla remota presenza umana. 







In successione Immagini di:
                         Giancarlo Ossola (Milano 1935 - Milano 2015) Interno,1984.Olio su tela,145 x 90.
                         Mario Benedetto (Scilla 1947) Interno,2017.Olio su tela,120 x 120.
                         Mario Benedetto, La casa diroccata,1974. Acquatinta,mm 160 x 245
                         Mario Benedetto, Requiem per una palamatara (Bozzetto),1983.Acrilico, cm 38x65














Accosto la mia opera Interno, dal ciclo della cultura contadina del Sud. Dove è raffigurata una pratica della credenza popolare tramandata da persona a persona (con una citazione di HR. Giger). Di un Sud, dove il perdurare di credenze e rituali sono interpretate come lo specchio di una società per secoli lasciata nell’isolamento dovuto a condizioni storico-sociali imposte (vedi studi e opere di L. Lombardi Satriani, E. De Martino, etc.). Ciclo che ha origini lontane, scrive, infatti, A. Ferrante nel 1972: “La partecipazione umana dell’artista, al mondo doloroso e tragico dei vinti, dei miseri, degli umili, va oltre il filantropico atteggiamento sentimentale, sottintendendo un silenzioso senso di protesta sociale” etc. E, come scrive G. Mandel (1975): “ Egli trova il soggetto in ragione di una sua intima ansia di esprimere questo tempo che passa, e come nel tempo soffrano si evolvano e si decantino le cose transitorie, i segnacoli di una materia che al tempo non è destinata a sopravvivere. Colta dal segno d’arte, la “cosa” anonima abbandonata al tempo diventa emblema”. E, ancora, D. Purificato: “ Benedetto non è il primo a portare con sé nella città delle “culture visive più avanzate”, nella Milano “europea”, come usa dirsi, il suo bagaglio di narratore meridionale, ” etc. Anche  D. Villani (1986): “Gli artisti del Sud, mostrano nelle opere, un attaccamento alla propria terra ed alla propria gente, che difficilmente riscontriamo in quelli delle altre regioni. Forse è perché nel Sud, le radici profonde del passato, affiorano più spesso e la vita offre aspetti a volte singolari e perfino drammatici, che i giovani hanno conosciuto e vissuto ed è difficile scuoterseli di dosso e liberarsene anche a chi volesse farlo, ma non lo fa, forse per una specie di solidarietà con i suoi di ieri e di oggi” etc.

lunedì 19 dicembre 2016

ARTE E MALATTIA

Arte e malattia
Pochi giorni fa, al Palazzo Serra di Cassano a Napoli, si è svolto il convegno sul rapporto tra Arte e Malattia.
Un argomento di grande attualità da vagliare alla luce delle più aggiornate conoscenze sviluppate nell’ambito delle neuroscienze. Al convegno sono stati invitati numerosi specialisti a confrontarsi sul come la malattia e la disabilità, non solo non ostacolano le attività artistiche ma, in molti casi, sono l’origine stessa di quest’ultime e svolgono una funzione di motore propulsivo.
Numerosi sono i casi che si possono elencare e di svariati campi. Schumann, ad esempio, era affetto da schizofrenia paranoide; Paganini deve il suo virtuosismo alla sua abnorme mobilità delle dita causata dalla Sindrome di Marfan; Goya, nell’ultima fase, delle sue pitture nere, causata del Saturnismo (intossicazione da piombo – stessa intossicazione diagnosticata per lo scapigliato Tranquillo Cremona, stroncato a soli 41 anni), acufeni, vertigini, disturbi della vista e la sordità che lo isolò dal mondo cambiando la sua sensibilità pittorica, gli fa produrre opere straordinarie e moderne; o come Monet e Degas, affetti da malattie oculari che ne hanno compromesso la visione “normale” e hanno mutato il loro modo di dipingere, spesso migliorandolo (tranne l’aggravamento della cataratta, come evidenziato nella foto).
Dean Simonton (studioso dell’intelligenza umana) sostiene che le creatività eccezionali, di solito, non provengono da situazioni familiari e educative di tipo protettivo. Il più delle volte sono il risultato di esperienze sfidanti che sottopongono il soggetto a rinforzare le abilità individuali e superare gli ostacoli.
La creatività in casi d’infanzie difficili, di malattie e disabilità, agisce come una potente medicina in alternativa all’emarginazione e alla depressione. Questo, naturalmente, non vuol dire che la malattia debba essere la premessa per essere artisti eccezionali.
A seguire alla lettera le conclusioni di tanti ricercatori, instancabili a passare sotto la lente, i grandi personaggi dell’arte e della storia, attentando all’attrazione che suscitano sui comuni mortali, ci disorienta non poco e non ci tranquillizza per niente.
Non molto tempo fa il neurologo australiano Noel Dan sul Journal of Clinical Neuroscience concluse che l’impressionismo di Monet, Degas e Renoir è frutto della miopia. Anche a fine Ottocento sia il critico Louis Leroy che aveva coniato il termine Impressionismo (in senso dispregiativo), sia gli altri critici, ritenevano che questi pittori avessero problemi di vista ma per denigrarli.
I difetti della vista occupano un posto di prim’ordine fra quelli riscontrati nella lista dei pittori: di Van Gogh si ritiene soffrisse di xantopsia, una distorsione nella percezione dei colori che porta a vedere il mondo con molto più giallo di quanto ce ne sia davvero. Probabilmente sviluppata perché beveva assenzio o perché i suoi disturbi di mania ed epilessia venivano curati con la digitale (come sedativo anti convulsionante). L’astigmatismo sarebbe, invece, la causa dei profili allungati di Modigliani e delle figure magre di EL Greco. ’E stato dimostrato che utilizzando degli occhiali per astigmatici le figure di questi autori rientrano nelle proporzioni normali.
John O’Shea ricercatore presso la facoltà di storia medica della Worshipful Society of Apothecaries di Londra, ha riempito le pagine di un intero libro, offrendo un quadro reale dei compositori e delle loro malattie: la sordità di Beethoven, la malattia mentale di Schumann, l’afasia di Ravel, l’insufficienza renale cronica di Mozart, ecc. Con l’intento di rintracciare i segni della genialità nelle caratteristiche fisiche ci s’imbatte su quanto l’arte sia stata influenzata dalle condizioni di salute dei suoi autori mettendo in discussione ipotesi e miti che parevano consolidati.
La storia dell’arte è piena di artisti affetti da gravi malattie mentali quali la schizofrenia oppure tormentati da nevrosi e disturbi della personalità spesso con epiloghi estremi nel suicidio. Dal grande architetto del ‘600, depresso da una cronica insonnia al famoso caso di Van Gogh, che ha saputo esprimere nei suoi capolavori l’angoscia e il mal di vivere. Sul suo caso per ipotizzare una diagnosi postuma alla luce delle esperienze cliniche più recenti, almeno 150 psichiatri hanno concluso con 30 diagnosi diverse. Per citarne solo alcune: schizofrenia, disturbo bipolare, sifilide e alcolismo.

Anche l’autore del famoso “Urlo”, Munch si ritiene fosse affetto da schizofrenia, come la sorella Laura. L’opera, rappresentazione simbolica dell’uomo contemporaneo, rivela la condizione psicotica dell’artista stesso che rivedendola affermerà: “Solo un folle poteva dipingerlo”. Il matto più popolare del ‘900, anche per via di una fiction televisiva, è stato Antonio Ligabue. Senza dimenticare uno straordinario talento di nome Tancredi, che con la diagnosi di schizofrenia paranoide finì la sua vita col suicidio. L’elenco potrebbe prosegue ancora, ma giusto per chiudere, soltanto alcuni nomi: da Jackson Pollock, ostacolato da continui problemi di alcolismo che lo tormentavano, a Jean Michel Basquiat, personalità in profondo conflitto con se stessa; da Mark Rothko che dopo una lunga depressione si uccise, a Francis Bacon che ha tradotto il disagio esistenziale nei suoi scomposti e deformati ritratti; senza tralasciare la grande Camille Claudel che ha concluso la sua vita depressa e con manie di persecuzione, internata in un manicomio.

mercoledì 23 novembre 2016

L'ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e comunicazione poetica

L’ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e comunicazione poetica

Viviamo nell'era della comunicazione ed è il primo comparto al mondo per investimenti, profitti e possibilità occupazionali, come recitano le tante scuole create ad hoc per gestire i nuovi scenari. Soltanto nel nostro paese ci sono più carte sim che esseri umani, i contratti telefonici mobili utilizzati sono 82,3 milioni, il 135% della popolazione residente, in dettaglio sette italiani su dieci hanno uno smartphone e le applicazioni più scaricate sono quelle che permettono di rimanere collegati al mondo. Oramai è molto difficile non restare impigliati nella “rete”. A questa particolare “visibilità” concessa dai social network alla massa di utenti, corrisponde un enorme accumulo di dati privati rivelati che ci rendono più vulnerabili.  Si è diffusa come una febbre, da chiunque verificabile, e smania di dover raccontare, rendere pubblico, ogni aspetto privato come se fosse rivelatrice d’importanti significati e nulla più resta in ombra. Il non essere in rete equivale al non esistere proprio, è inconcepibile e insopportabile restare fuori dalla rappresentazione di questa realtà fatta di successioni di flash, frammenti superficiali che non permettono una visione complessiva delle cose che viviamo. Tutto dev’essere fast che è anche la caratteristica della nostra epoca. La velocità io la lascerei ad altro, per le relazioni umane e l’arte serve, soprattutto, un coinvolgimento fisico con la libera consapevolezza di tutti i sensi, un ritmo diverso e meno virtuale. L’arte e la poesia sono ben altro dalla necessaria e semplice comunicazione. Certo non si può negare, quanto le nuove tecnologie siano utili e quanto contribuiscano a stimolare e sensibilizzare la gente al mondo dell’arte, anche se nulla potrà mai sostituire la presenza fisica con la sua aura dell’opera d’arte, unica e irripetibile nel posto in cui si trova. Prima o poi si arriverà, anche in queste latitudini, al clicca e compra (click and buy), ma andiamoci piano, che necessità c’è di affrettarsi, precipitarsi a rotta di collo. Va bene stare al passo con i tempi, comunicare, pubblicizzare, promuovere, gestire, diffondere e valorizzare, ma non facciamo assurgere l’opera virtuale a paradigma arrogante di qualificazione estetica. Restiamo umani! Quando la realtà in uno dei suoi aspetti, un certo colore, una luce particolare, un viso, una figura, un colpo di vento, un profumo, colpisce l’attenzione umana, se essa è ancora sveglia, accade che le parole entrino in tensione e non sono più come prima, quando comunichiamo normalmente.      “‘E il reale che tende a dirsi, attraverso l’emozione e le parole di qualcuno”. Tutto questo non può avvenire virtualmente. Bene inteso che nessuna preclusione a ricerca e sperimentazioni di nuovi moduli espressivi dev’essere fatta, l’innovazione va perseguita per evitare di restare fermi e “impantanati” nella tradizione. “Il compito dell’arte è quello di essere sempre diversa dal passato, di aggiornarsi. Esiste soltanto l’arte aggiornata” (da intervista a Gillo Dorfles su Panorama, ott. 2014).L’arte attinge la sua concretezza dalla vita in generale e dalla vita della cultura i cui contenuti confluiscono in essa, impregnati e fatti propri per diventare una nuova energia. L’arte non ha nulla a che fare con i tempi immediati della comunicazione, della condivisione e dell’essere in rete. Con tutto il rispetto alla genialità di Mozart e di altri grandi, la creazione artistica non è un gioco, un passatempo, non corre, al contrario ha bisogno di tempi lunghi, di riflessioni, di approfondimenti, di solitudine, di attesa e non deve essere di pochi, ma poter parlare a più persone possibili (il sistema dell’arte è un’altra storia). Creativo nell’arte è colui che rompe le regole estetiche precedentemente formulate. Soltanto utilizzando chiavi di lettura della realtà inedite ed anticipative, è possibile vedere al di là dei consueti modelli di percezione, partendo dalla curiosità e dall’intuizione e sviluppare idee nuove e invenzioni utili con un valore riconosciuto. Per tagliar corto, voglio citare questo intenso giudizio di Robert Hughes, scritto qualche anno prima della sua scomparsa nel 2012: “Ne abbiamo davvero avuto abbastanza di fast art, ora abbiamo bisogno di slow art. Abbiamo bisogno di un’arte che racchiuda in sé il tempo, così come fa un vaso con l’acqua. Un’arte che tragga origine dai modi di percezione e creazione, che con capacità e ostinazione faccia riflettere e tocchi gli animi. Un’arte che non sia sensazionale, che non lasci trapelare subito il suo messaggio, che non sia falsamente iconica, ma che penetri nel profondo delle nostre nature. In breve, un'arte che sia l’esatto opposto dei mass media”. (Mario Benedetto – da riContemporaneo n. 9)