lunedì 27 maggio 2019
mercoledì 10 maggio 2017
A proposito dell'Omaggio ai Maestri della Permanente.DIALOGO D'ARTISTA 8-21 maggio 2017
In fondo, noi “artisti”, cos’è che facciamo, se non scaricare sul mondo la nostra interiorità?
Mario Benedetto
A proposito dell’Omaggio ai Maestri storici della Permanente:
una certa vicinanza si potrebbe trovare con l’opera Interno di G. OSSOLA,
recentemente ospitato nei nostri spazi con un’ampia retrospettiva. Essere stati
allievi di Brera ambedue non incide, i nostri background sono molto differenti,
(il poco spazio non rende!) ci uniscono alcune attenzioni e vicinanze
tematiche, ma con finalità ed esiti assai diversi. Mi riferisco al ciclo degli Interni visti come serbatoi della
memoria individuale e come luoghi della solitudine della pittura e, nell’ultima
fase, come composizioni caratterizzati da atmosfere atemporali e dalla remota
presenza umana.
In successione Immagini di:
Giancarlo Ossola (Milano 1935 - Milano 2015) Interno,1984.Olio su tela,145 x 90.
Mario Benedetto (Scilla 1947) Interno,2017.Olio su tela,120 x 120.
Mario Benedetto, La casa diroccata,1974. Acquatinta,mm 160 x 245
Mario Benedetto, Requiem per una palamatara (Bozzetto),1983.Acrilico, cm 38x65
Accosto la mia opera Interno,
dal ciclo della cultura contadina del Sud. Dove è raffigurata una pratica della
credenza popolare tramandata da persona a persona (con una citazione di HR.
Giger). Di un Sud, dove il perdurare di credenze e rituali sono interpretate
come lo specchio di una società per secoli lasciata nell’isolamento dovuto a
condizioni storico-sociali imposte (vedi studi e opere di L. Lombardi Satriani,
E. De Martino, etc.). Ciclo che ha origini lontane, scrive, infatti, A.
Ferrante nel 1972: “La partecipazione umana dell’artista, al mondo doloroso e
tragico dei vinti, dei miseri, degli umili, va oltre il filantropico
atteggiamento sentimentale, sottintendendo un silenzioso senso di protesta
sociale” etc. E, come scrive G. Mandel (1975): “ Egli trova il soggetto in
ragione di una sua intima ansia di esprimere questo tempo che passa, e come nel tempo soffrano si evolvano e si
decantino le cose transitorie, i segnacoli di una materia che al tempo non è
destinata a sopravvivere. Colta dal segno d’arte, la “cosa” anonima abbandonata al tempo diventa emblema”. E, ancora, D.
Purificato: “ Benedetto non è il primo a portare con sé nella città delle
“culture visive più avanzate”, nella Milano “europea”, come usa dirsi, il suo
bagaglio di narratore meridionale, ” etc. Anche D. Villani (1986): “Gli artisti del Sud,
mostrano nelle opere, un attaccamento alla propria terra ed alla propria gente,
che difficilmente riscontriamo in quelli delle altre regioni. Forse è perché nel
Sud, le radici profonde del passato, affiorano più spesso e la vita offre
aspetti a volte singolari e perfino drammatici, che i giovani hanno conosciuto
e vissuto ed è difficile scuoterseli di dosso e liberarsene anche a chi volesse
farlo, ma non lo fa, forse per una specie di solidarietà con i suoi di ieri e
di oggi” etc.
lunedì 19 dicembre 2016
ARTE E MALATTIA
Arte e malattia
Pochi giorni fa, al Palazzo Serra di Cassano a Napoli, si è
svolto il convegno sul rapporto tra Arte e Malattia.
Un argomento di grande attualità da vagliare alla luce delle
più aggiornate conoscenze sviluppate nell’ambito delle neuroscienze. Al
convegno sono stati invitati numerosi specialisti a confrontarsi sul come la
malattia e la disabilità, non solo non ostacolano le attività artistiche ma, in
molti casi, sono l’origine stessa di quest’ultime e svolgono una funzione di
motore propulsivo.
Numerosi sono i casi che si possono elencare e di svariati
campi. Schumann, ad esempio, era affetto da schizofrenia paranoide; Paganini
deve il suo virtuosismo alla sua abnorme mobilità delle dita causata dalla
Sindrome di Marfan; Goya, nell’ultima fase, delle sue pitture nere, causata del
Saturnismo (intossicazione da piombo – stessa intossicazione diagnosticata per
lo scapigliato Tranquillo Cremona, stroncato a soli 41 anni), acufeni,
vertigini, disturbi della vista e la sordità che lo isolò dal mondo cambiando
la sua sensibilità pittorica, gli fa produrre opere straordinarie e moderne; o
come Monet e Degas, affetti da malattie oculari che ne hanno compromesso la
visione “normale” e hanno mutato il loro modo di dipingere, spesso
migliorandolo (tranne l’aggravamento della cataratta, come evidenziato nella
foto).
Dean Simonton (studioso dell’intelligenza umana) sostiene che
le creatività eccezionali, di solito, non provengono da situazioni familiari e
educative di tipo protettivo. Il più delle volte sono il risultato di
esperienze sfidanti che sottopongono il soggetto a rinforzare le abilità
individuali e superare gli ostacoli.
La creatività in casi d’infanzie difficili, di malattie e
disabilità, agisce come una potente medicina in alternativa all’emarginazione e
alla depressione. Questo, naturalmente, non vuol dire che la malattia debba
essere la premessa per essere artisti eccezionali.
A seguire alla lettera le conclusioni di tanti ricercatori, instancabili
a passare sotto la lente, i grandi personaggi dell’arte e della storia,
attentando all’attrazione che suscitano sui comuni mortali, ci disorienta non
poco e non ci tranquillizza per niente.
Non molto tempo fa il neurologo australiano Noel Dan sul
Journal of Clinical Neuroscience concluse che l’impressionismo di Monet, Degas
e Renoir è frutto della miopia. Anche a fine Ottocento sia il critico Louis
Leroy che aveva coniato il termine Impressionismo (in senso dispregiativo), sia
gli altri critici, ritenevano che questi pittori avessero problemi di vista ma
per denigrarli.
I difetti della vista occupano un posto di prim’ordine fra quelli
riscontrati nella lista dei pittori: di Van Gogh si ritiene soffrisse di
xantopsia, una distorsione nella percezione dei colori che porta a vedere il
mondo con molto più giallo di quanto ce ne sia davvero. Probabilmente
sviluppata perché beveva assenzio o perché i suoi disturbi di mania ed
epilessia venivano curati con la digitale (come sedativo anti convulsionante).
L’astigmatismo sarebbe, invece, la causa dei profili allungati di Modigliani e
delle figure magre di EL Greco. ’E stato dimostrato che utilizzando degli
occhiali per astigmatici le figure di questi autori rientrano nelle proporzioni
normali.
John O’Shea ricercatore presso la facoltà di storia medica
della Worshipful Society of Apothecaries di Londra, ha riempito le pagine di un
intero libro, offrendo un quadro reale dei compositori e delle loro malattie:
la sordità di Beethoven, la malattia mentale di Schumann, l’afasia di Ravel, l’insufficienza
renale cronica di Mozart, ecc. Con l’intento di rintracciare i segni della
genialità nelle caratteristiche fisiche ci s’imbatte su quanto l’arte sia stata
influenzata dalle condizioni di salute dei suoi autori mettendo in discussione
ipotesi e miti che parevano consolidati.
La storia dell’arte è piena di artisti affetti da gravi
malattie mentali quali la schizofrenia oppure tormentati da nevrosi e disturbi
della personalità spesso con epiloghi estremi nel suicidio. Dal grande
architetto del ‘600, depresso da una cronica insonnia al famoso caso di Van
Gogh, che ha saputo esprimere nei suoi capolavori l’angoscia e il mal di
vivere. Sul suo caso per ipotizzare una diagnosi postuma alla luce delle
esperienze cliniche più recenti, almeno 150 psichiatri hanno concluso con 30
diagnosi diverse. Per citarne solo alcune: schizofrenia, disturbo bipolare, sifilide
e alcolismo.
Anche l’autore del famoso “Urlo”, Munch si ritiene fosse
affetto da schizofrenia, come la sorella Laura. L’opera, rappresentazione
simbolica dell’uomo contemporaneo, rivela la condizione psicotica dell’artista
stesso che rivedendola affermerà: “Solo un folle poteva dipingerlo”. Il matto
più popolare del ‘900, anche per via di una fiction televisiva, è stato Antonio
Ligabue. Senza dimenticare uno straordinario talento di nome Tancredi, che con
la diagnosi di schizofrenia paranoide finì la sua vita col suicidio. L’elenco potrebbe
prosegue ancora, ma giusto per chiudere, soltanto alcuni nomi: da Jackson
Pollock, ostacolato da continui problemi di alcolismo che lo tormentavano, a
Jean Michel Basquiat, personalità in profondo conflitto con se stessa; da Mark
Rothko che dopo una lunga depressione si uccise, a Francis Bacon che ha
tradotto il disagio esistenziale nei suoi scomposti e deformati ritratti; senza
tralasciare la grande Camille Claudel che ha concluso la sua vita depressa e con
manie di persecuzione, internata in un manicomio.
mercoledì 23 novembre 2016
L'ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e comunicazione poetica
L’ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e
comunicazione poetica
Viviamo nell'era della comunicazione ed è il primo comparto
al mondo per investimenti, profitti e possibilità occupazionali, come recitano
le tante scuole create ad hoc per gestire i nuovi scenari. Soltanto nel nostro
paese ci sono più carte sim che esseri umani, i contratti telefonici mobili
utilizzati sono 82,3 milioni, il 135% della popolazione residente, in dettaglio
sette italiani su dieci hanno uno smartphone e le applicazioni più scaricate
sono quelle che permettono di rimanere collegati al mondo. Oramai è molto
difficile non restare impigliati nella “rete”. A questa particolare
“visibilità” concessa dai social network alla massa di utenti, corrisponde un
enorme accumulo di dati privati rivelati che ci rendono più vulnerabili.
Si è diffusa come una febbre, da chiunque verificabile, e smania di dover
raccontare, rendere pubblico, ogni aspetto privato come se fosse rivelatrice
d’importanti significati e nulla più resta in ombra. Il non essere in rete
equivale al non esistere proprio, è inconcepibile e insopportabile restare
fuori dalla rappresentazione di questa realtà fatta di successioni di flash,
frammenti superficiali che non permettono una visione complessiva delle cose
che viviamo. Tutto dev’essere fast che è anche la caratteristica della nostra epoca.
La velocità io la lascerei ad altro, per le relazioni umane e l’arte serve,
soprattutto, un coinvolgimento fisico con la libera consapevolezza di tutti i
sensi, un ritmo diverso e meno virtuale. L’arte e la poesia sono ben altro
dalla necessaria e semplice comunicazione. Certo non si può negare, quanto le
nuove tecnologie siano utili e quanto contribuiscano a stimolare e
sensibilizzare la gente al mondo dell’arte, anche se nulla potrà mai sostituire
la presenza fisica con la sua aura dell’opera d’arte, unica e irripetibile nel
posto in cui si trova. Prima o poi si arriverà, anche in queste latitudini, al
clicca e compra (click and buy), ma andiamoci piano, che necessità c’è di
affrettarsi, precipitarsi a rotta di collo. Va bene stare al passo con i tempi,
comunicare, pubblicizzare, promuovere, gestire, diffondere e valorizzare, ma
non facciamo assurgere l’opera virtuale a paradigma arrogante di qualificazione
estetica. Restiamo umani! Quando la realtà in uno dei suoi aspetti, un certo
colore, una luce particolare, un viso, una figura, un colpo di vento, un
profumo, colpisce l’attenzione umana, se essa è ancora sveglia, accade che le
parole entrino in tensione e non sono più come prima, quando comunichiamo
normalmente. “‘E il reale che tende a dirsi, attraverso
l’emozione e le parole di qualcuno”. Tutto questo non può avvenire
virtualmente. Bene inteso che nessuna preclusione a ricerca e sperimentazioni
di nuovi moduli espressivi dev’essere fatta, l’innovazione va perseguita per
evitare di restare fermi e “impantanati” nella tradizione. “Il compito
dell’arte è quello di essere sempre diversa dal passato, di aggiornarsi. Esiste
soltanto l’arte aggiornata” (da intervista a Gillo Dorfles su Panorama, ott.
2014).L’arte attinge la sua concretezza dalla vita in generale e dalla vita
della cultura i cui contenuti confluiscono in essa, impregnati e fatti propri
per diventare una nuova energia. L’arte non ha nulla a che fare con i tempi
immediati della comunicazione, della condivisione e dell’essere in rete. Con tutto
il rispetto alla genialità di Mozart e di altri grandi, la creazione artistica
non è un gioco, un passatempo, non corre, al contrario ha bisogno di tempi
lunghi, di riflessioni, di approfondimenti, di solitudine, di attesa e non deve
essere di pochi, ma poter parlare a più persone possibili (il sistema dell’arte
è un’altra storia). Creativo nell’arte è colui che rompe le regole estetiche
precedentemente formulate. Soltanto utilizzando chiavi di lettura della realtà
inedite ed anticipative, è possibile vedere al di là dei consueti modelli di
percezione, partendo dalla curiosità e dall’intuizione e sviluppare idee nuove
e invenzioni utili con un valore riconosciuto. Per tagliar corto, voglio citare
questo intenso giudizio di Robert Hughes, scritto qualche anno prima della sua
scomparsa nel 2012: “Ne abbiamo davvero avuto abbastanza di fast art, ora
abbiamo bisogno di slow art. Abbiamo bisogno di un’arte che
racchiuda in sé il tempo, così come fa un vaso con l’acqua. Un’arte che tragga
origine dai modi di percezione e creazione, che con capacità e ostinazione
faccia riflettere e tocchi gli animi. Un’arte che non sia sensazionale, che non
lasci trapelare subito il suo messaggio, che non sia falsamente iconica, ma che
penetri nel profondo delle nostre nature. In breve, un'arte che sia l’esatto
opposto dei mass media”. (Mario Benedetto – da riContemporaneo n. 9)
domenica 29 maggio 2016
CONVERSAZIONI LOMBARDE
Thomas Schmidt
intervista Mario Benedetto
Mario, tu vivi e lavori a Milano, ma le tue
non sono origini di questi luoghi?
Si è così. Come tanti
altri sono venuto qua per arricchire il territorio e proseguire il mio
approfondimento nell’arte.
Da dove provieni?
Provengo da Scilla, che non ha bisogno di presentazione. Due
parole, però, si possono spendere: Nel suo piccolo, oltre le tante versioni
delle storie mitologiche, e di alcuni personaggi illustri scillesi come
Raffaele Piria, ha una sua annotazione nella vicenda artistica del secolo
appena concluso. Il merito va a Renato Guttuso che insieme ai suoi amici l’ha
scelta come meta privilegiata della sua ricerca: correva l’anno 1949, per
questa ragione fu chiamata “la Scuola di Scilla”. Proprio recentemente,
all’Università di Messina, in occasione del Convegno per celebrare quarant’anni
dalla pubblicazione del romanzo di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, ritenuto dal critico George Steiner uno dei
capolavori del Novecento, Sergio Palumbo ha ricordato che fra la comitiva
artistica insediatesi nei quartieri dei pescatori, oltre a Mazzullo, Migneco, Omiccioli,
Mirabella e Marino, vi era anche il giovane poeta originario di Alì.
Rimane traccia di questa
esperienza?
A Scilla niente di pubblico, ma per Guttuso è stata una tappa
fondamentale e significativa. Lo scillese Rocco Catalano è stato per il resto
di tutta la sua vita, la persona di fiducia del maestro.
Torniamo alla Milano
del tuo arrivo in Lombardia?
A essere sinceri, Milano è stata per me un ripiego ai
programmi di allora. Sia io che mio fratello Agostino avevamo constatato che in
un Sud tradito, non ci sarebbe stato spazio di libertà per noi. Lui a Milano è
arrivato alcuni anni prima. Lavorava al Piccolo Teatro con la Compagnia di
Giorgio Strehler, distinguendosi per talento e qualità umane. Io mi mantenevo a
Londra con l’intenzione di spostarmi appena possibile in Canada. Le continue
pressioni dei miei genitori, che mal sopportavano già l’uscita di casa di mio
fratello maggiore, hanno modificato il mio programma, e sono rientrato in
Italia, fermandomi a Milano.
Come ti sei trovato?
Definire lo scenario milanese degli anni ’70, dopo che lo
hanno fatto bene in tanti, è superfluo. La politica non aveva saputo trovare
risposte adeguate alla rottura generazionale che si era verificata non solo in
Italia, col movimento del ’68, e in pochi anni ci siamo trovati affondati negli
“anni di piombo”. Stavamo cominciando a mettere giù le nostre idee per costruire
qualcosa nel nostro quartiere di Brera, chiamato, anche, degli artisti, per
l’alta presenza di questi soggetti, che si è abbattuta la tragedia. Si è
interrotto, prima che cominciasse il nostro duetto artistico. Agostino muore a
soli ventotto anni a Milano con l’appendicite, dopo un mese di ricovero e tre
interventi chirurgici massacranti. La malasanità è sempre in agguato!
Come hai affrontato
questo trauma?
Preferisco non andare oltre con quest’argomento, è una ferita
che segna e che non si può rimarginare.
Scusami, capisco!
Parlami del tuo lavoro. C’è una tua mostra di cui vorresti parlare?
Ogni mostra ha la sua storia, la sua motivazione, il suo
significato. Una, in particolare, occupa uno spazio importante nella mia
esperienza artistica: Quella effettuata a Zurigo nel 1985 con 100 opere sulla civiltà contadina e marinara in Calabria e una
conferenza sullo stesso argomento della mostra. Tanta partecipazione di
pubblico e successo, che sarebbe stata facilmente divulgata, se non ci fosse
stata, di traverso, una precedente operazione poco chiara collegata alle
attività svolte nella sede della mostra (era pronto per la stampa un paginone
dell’inserto domenicale del più importante quotidiano della Svizzera e l’attesa
autorizzazione non arrivava, si è prolungata oltre la pazienza e il tempo
dell’esposizione, facendolo saltare).
Hai fatto altre mostre
in Svizzera?
Ho tenuto per diversi anni lo studio oltre il confine italiano.
Dopo Zurigo ho esposto in quasi tutte le città più importanti della Svizzera perché
ritenevo fosse molto utile per le comunità degli immigrati italiani poter
vedere opere riferite alla loro identità, ai loro luoghi pieni di affetti e
legami. Sia nella parte di lingua tedesca sia francese, la mostra era percepita
dagli immigrati come una boccata di ossigeno in un ambiente piuttosto
rigidamente inquadrato.
Immagino non sia stata
un’impresa facile?
Adesso, di sicuro, non l’avrei più fatta. Nelle mie orecchie
risuona la ripetizione lamentosa dell’amico svizzero tedesco (EINE KATASTROPHE!)
che continuava a ripetere, seguendo con me tutte le vicissitudini delle
operazioni doganali, al rientro in Italia, con i quadri restanti. Ho preparato,
da solo senza ricorrere a un’agenzia, la documentazione, alla quale mancava sempre
qualcosa, nonostante io avessi chiesto in anticipo di sapere tutto quello che
serviva. Mancava sempre un altro documento d’aggiungere alla pratica. Il fatto
che la Svizzera non fa parte dell’Unione Europea costituì un problema in più.
Con i quadri pesati ed elencati passai dall’Ufficio Esportazione di Brera per
la timbratura, con questi a Ponte Chiasso tutto a terra per il controllo alla Dogana
in uscita dall’Italia, poi tutto sul mezzo di trasporto, successivamente, a
Chiasso, si mette di nuovo a terra e si ricontrollano nuovamente. I tempi non
li ricordo più.
Qualche aneddoto di
quell’esperienza?
Quello che ancora oggi mi commuove è il ricordo di un
contadino sardo che mi aveva riferito di non aver chiuso occhi per tutta la
notte aspettando il giorno successivo per venire con i soldi e comprare un
quadretto. Aveva il timore che qualche altro venisse prima di lui a
portarglielo via. L’opera raffigurava una bellissima capra con il pelo al vento
davanti al mare. Era tutto il suo mondo, il suo passato, ritrovato in una tela.
C’è stata una ricaduta
nella tua regione d’origine?
Vuoi dire in Calabria? Meglio cambiare argomento! Pochi anni
dopo c’è stata un’apertura da parte della Regione, avevo affidato la richiesta
al Sindaco di Scilla e per un anno chiesi notizie, fiducioso, telefonando da
Milano, ma non fruttò nulla. Un danno d’immagine che tanti miei colleghi non
potranno “vantarsi” di elencare. Spostare tanti quadri, coprire le spese per
tutto ciò che serve non è sempre cosa facile! Il ricordo dell’Antologica di
Lecce è ancora vivo.
Andiamo all’oggi.
Recentemente hai intitolato una tua personale, Un idea di Ritratto. Ce ne
vorresti parlare?
‘E stata un’ottima occasione milanese perché lo spazio, a due
passi dal Duomo, si adattava bene a una mostra tematica. E quale miglior tema
del Ritratto di personaggi famosi, che sono stati molto apprezzati dai
visitatori italiani e stranieri.
Potresti descriverci
meglio questi ritratti?
I vari personaggi rappresentati sono stati realizzati con
minimi interventi pittorici su vari frammenti cartacei assemblati
apparentemente in maniera libera ma, a un’attenta analisi, oculatamente collocati
per ricavarne originali elaborazioni espressive. Scrittura, forma e colore
legati insieme nell’unità dell’immagine. Frammenti che non assumono una
scontata e semplice funzione cromatica, ma hanno pretese intellettuali che
spingono a sollevare e a intrecciare collegamenti ad altre discipline, così
care alla contemporaneità. ‘E un altro modo del mio fare che pratico dagli anni
’90 e che ho chiamato Accept-Painting.
Come vedi la situazione
artistica attuale?
Ti dirò è sempre stato difficile parlare d’arte, a maggior
ragione oggi, in questo momento storico in cui questo mondo meraviglioso è
diventato più complesso e intricato.
In che senso?
Nel senso che, in questi anni recenti, i ruoli importanti
che, nel bene e nel male, sostenevano il tradizionale funzionamento del sistema
dell’arte, sono diventati sempre meno rispondenti alle necessità e sono
subentrate altre figure professionali differenti, con ruoli specifici, emersi
dal mondo dell’economia e della finanza. In particolar modo per quanto riguarda
il mercato dell’arte.
Vuoi dire che c’è stato
un forte intervento della finanza?
D’altronde era inevitabile. Se il mondo dell’arte è il
riflesso del mondo reale con i suoi valori corrispondenti a una certa epoca
storica, per analogia ai “titoli tossici” di oggi corrispondono “ prodotti
tossici”. Quando il nostro Occidente ha assunto, con la così detta ”economia di
carta”, il danaro come “unico generatore simbolico di tutti i valori”, e l’arte
si stacca dalla dimensione del vissuto e dai problemi delle persone, succede
che risponda solamente a una spudorata oligarchia finanziaria, che con mirate
strategie della persuasione pubblicitaria, monopolizza, inquina le menti e il
mercato globale con i “prodotti tossici” dei pochi soliti nomi.
Questo non ha a che
fare con l’arte vera?
Certo che no. D’altra parte il settore dell’arte è l’unico
mercato al mondo senza regole, in forte crescita, dopo quello della droga e
della prostituzione. L’investimento in arte è il meno tracciabile, il meno
tassabile, il più adatto a riciclare danaro, il più azzardato, ma anche quello
con qualche minima possibilità di decuplicare l’investimento effettuato. Tutto
questo mentre ogni giorno viene confermato quanto la creatività e l’arte siano
importanti da tante prestigiose istituzioni sparse nel mondo: L’arte fa bene –
guardando un quadro, l’umore migliora – il bello provoca emozioni che possono
risultare più efficaci dei farmaci, e via di questo passo. Anche il museo non
dovrebbe essere utilizzato semplicemente come memoria del passato e dovrebbe
essere, invece, sempre più luogo, dove presentare opere contemporanee che
dialogano criticamente con l’arte e la società e sul nostro modo di vedere il
mondo con visioni alternative.
E nel nostro paese cosa
succede?
Oramai viviamo in un mondo globalizzato. In Italia abbiamo
ereditato questa grande ricchezza che è la nostra memoria e identità,
testimoniata dal vasto patrimonio artistico esistente ad ogni passo nelle
nostre città e sparso in tutto il territorio nazionale. E per prendere
coscienza cosa facciamo? Riduciamo o facciamo sparire le ore di Storia
dell’Arte dalle scuole e deprimiamo il sistema della tutela. Lo stato è
incapace a dare il giusto valore al nostro Patrimonio. Senza considerare
decenni e decenni di trasmissioni spazzatura e d’intrattenimento che
devitalizzano i cervelli e che hanno fatto perdere il senso della cultura come
fondamentale valore identitario civile e politico.
In questo scenario gli
artisti come si pongono?
Oggi gli artisti sono sempre più soggetti culturali,
intellettuali eruditi indispensabili alla società. ‘E un ruolo difficile
d’attivare perché è condizionato dal mercato, nei confronti del quale risultano
piuttosto indifesi. Potranno avere un vasto pubblico soltanto se rientrano
nelle grazie di chi ha il potere che gli permette di essere inserito nelle
manifestazioni che contano. Diversamente, da isolato, per la sopravvivenza, se
cerca d’agganciare pubblico, è emarginato. Non è così, sia per chi ha tanti
soldi o qualcuno alle spalle che lo sostiene e sia per chi ha una sua autonomia
da lavoro e, non essendo condizionato da nessun genere d’impiccio, potrà
affrontare liberamente la propria avventura infischiandosi del sistema
esistente bello o brutto che sia. L’artista serio non lavora per il successo.
Quando la società non lo apprezza, chi ci perde sarà sempre quest’ultima.
Quest’ultima
considerazione sembra calzare a pennello con la tua posizione. Ti ringraziamo
e, a presto.
La corsa sfrenata al successo non coincide, quasi mai, con la
realizzazione di se stessi, cui ognuno dovrebbe aspirare in tutta onestà,
escludendo le tentazioni di modelli sociali imposti dall’esterno. In
conclusione, anche nell’arte, come per la scienza, mi riferisco alla deriva
genetica, esistono esperienze che in determinate condizioni possono costituire
una spinta generativa come pure no. ‘E una consapevolezza da non ignorare.
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